Tutto il male del mondo
Al docu film “Giulio Regeni-Tutto il male del mondo”, nelle sale dal 2 febbraio 2026, la commissione governativa ha negato un contributo perchè giudicato “non meritevole di sostegno pubblico”. La notizia emersa nei giorni delle feste pasquali é poi “esplosa” sui media. Luigi Manconi in “Una destra poco nazionale“ argomenta perché l’operato della commissione cinema sia “un atto di prepotenza meschina e codarda“. Il ministro della cultura Giuli si è dissociato dalla scelta della commissione (vedi allegato). Di seguito l’articolo pubblicato su La Repubblica del 8-4-26.
<< Soperchieria è parola fattasi rara nella lingua comune, eppure risulta perfetta – sin dal suono, che evoca sopraffazione – per designare un atto di prepotenza meschina e codarda. È il termine che può venire in mente quando si apprende della decisione della Commissione cinema del ministero della Cultura di escludere dai finanziamenti pubblici alcuni importanti film italiani.
Prima di analizzare il senso complessivo che emerge – a proposito di destra ed egemonia culturale – dalle scombiccherate scelte di un pugno di selezionatori che, a sua volta, più scombiccherato di così non si può, si consideri la decisione che appare più scandalosa: la bocciatura del docufilm Giulio Regeni – Tutto il male del mondo di Simone Manetti. La cosa non può non colpire. Tanto più che i finanziamenti pubblici dovrebbero sostenere, per legge, quei prodotti cinematografici meritevoli per “qualità artistica” e “identità culturale”.

È proprio la mancata osservanza di quest’ultimo criterio che più sorprende. Giulio Regeni è una figura luminosa dell’identità collettiva delle giovani generazioni europee. Esemplare rappresentante di una storia precoce e, a suo modo, profetica delle trasformazioni in atto nel continente europeo e nelle sue relazioni con i paesi del Mediterraneo. Un pezzo di generazione che ha fatto dell’Erasmus il suo tirocinio per conoscere il mondo, imparare le lingue, varcare i confini, creare convivenza e cosmopolitismo, attraversare ponti e promuovere solidarietà. Una gioventù proiettata verso il mondo e i propri simili e, ancor più, i dissimili. Fiduciosa – nonostante tutto – nei valori universali e nella possibilità di condividere lingue, culture e destini. Non ingenue anime belle – l’ingenuità è stata rimproverata spesso a Regeni – dal momento che sono forti in loro la coscienza della contraddizione e la consapevolezza del Tragico: messi alla prova come sono, questi giovani, da guerre e disastri umanitari, da eccidi e catastrofi naturali.
Questi tratti biografici e sociali vanno a comporre una “identità culturale” riconoscibile in Giulio Regeni e in altri accostabili a lui: Valeria Solesin e Antonio Megalizzi, vittime del terrorismo islamista a Parigi e a Strasburgo, ma anche il fotografo Andy Rocchelli, ucciso poco più che trentenne nel Donbass. E Patrick Zaky, giovane egiziano di religione cristiana copta, studente all’Università di Bologna e detenuto nel proprio paese.
Tutte personalità assai diverse l’una dall’altra, eppure unite da una grande capacità di movimento, di relazione, di incontro e di dialogo. Così come le centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi che, spesso lontani o lontanissimi dalla politica tradizionale, fanno cooperazione internazionale, ricerche sociali, formazione allo sviluppo, servizio civile, campagne di alfabetizzazione e di educazione sanitaria.
Nei loro confronti la destra politico-mediatica italiana ha coltivato un atteggiamento di estraneità e di malcelata avversione (in particolare nei confronti di Regeni). Atteggiamento ancor più ottuso dal momento che, in quella vicenda, si può intravvedere, in controluce, una vera e propria “questione nazionale”: l’offesa alla sovranità di un paese democratico come il nostro a opera di un regime dispotico, quale è l’Egitto, e la reiterata violazione dei diritti umani di un nostro connazionale.
Complessivamente quelle figure rimangono totalmente esterne all’iniziativa politica del centrodestra, quando pure non ne vengono contestate, e al senso comune del suo elettorato. Va ricordato che il presidente leghista del Friuli-Venezia Giulia nel giugno del 2019 fece rimuovere lo striscione per Regeni dal palazzo della Regione. Così come fecero altre giunte regionali e qualche consiglio comunale. E, delle vere o presunte simpatie a sinistra di quei giovani, si è fatto un ostacolo insormontabile al riconoscimento della loro forza morale e della loro esemplarità simbolica e, dunque, di quella “identità culturale” capace di mobilitare le emozioni e le idee di importanti segmenti delle giovani generazioni, trasformandole in energia vitale e risorsa intellettuale e politica.
Perché la destra italiana non ha contribuito in alcun modo a far sì che quei giovani diventassero la rappresentazione emblematica di una sorta di patriottismo europeo e di universalismo umanitario? E perché addirittura si è alacremente opposta a tale processo? Come stupirsi, di conseguenza, che la sottocommissione selezionatrice abbia negato 100mila euro di contributo al film su Regeni e abbia concesso 139mila euro a Il vero Alfredo, il re delle fettuccine? Qui nessuno vuole sottovalutare il ruolo della pasta all’uovo nella costruzione dell’idea di nazione, nell’economia agroalimentare, nel made in Italy e chi più ne ha più ne metta: ma un po’ di misura non guasterebbe.
La vicenda della distribuzione dei fondi per il cinema è l’ultimo segnale di una concezione tutta clientelare della politica culturale e di un’interpretazione loffia dell’egemonia. Dove il concetto di cultura della destra è, in realtà, un patchwork che mette insieme il locale Anema e Core, la carriera di Gigi D’Alessio, un po’ di Pingitore e, per i palati più fini, un pizzico di D’Annunzio. Viene in mente la decisione presa dallo stesso organismo governativo un anno fa, quando venne concesso un milione e mezzo di euro di finanziamento ad Albatross, amatissimo dalla gioventù di estrema destra, che raccolse al botteghino 36mila euro di biglietti venduti.>>
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