Il populismo, l’albero che produce soldi, il tabù della tassa progressiva

In Europa l’Italia è il paese con il più grande risparmio privato (9.700 mild, circa 8 volte il Pil) e il maggior debito pubblico, si veleggia verso il 155% del Pil.

Il populismo più difficile da contrastare è quello che si specializza seguendo la massima di “far tutti bigi i gatti di notte”. La notte in questo caso è l’epidemia da coronovirus ancora senza farmaci di contrasto e vaccino. I gatti? Fate voi. “Soldi! Soldi… o si muore di fame” Tutti? Certamente no: c’è chi non ha soldi per mangiare, c’è chi non ha soldi per saldare debiti e tasse, c’è chi non ha soldi per programmare i prossimi mesi, chi per trasformare la propria attività produttiva. E poi, con il virus, c’è chi si fa più soldi come il commercio on line, grande distribuzione, farmaceutica, grossisti alimentari e fondi d’investimento spregiudicati. Il populismo non mira a risolvere in modo efficace e differenziato queste sacrosante esigenze, pensa esclusivamente ad unificarle – per trarne un gran  beneficio elettorale (le ben note “cadreghe”), per puntare al “potere” – lanciando e rilanciando slogan di questo tipo: “soldi subito e stampare moneta”, “soldi dall’elicottero”.

La domanda, senza limiti, di moneta ne diminuisce il valore facendo rimbalzare i prezzi e i servizi, pagano il prezzo più pesante i lavoratori dipendenti, i precari, le partite Iva “fittizie”, i precari, gli artigiani, le piccole aziende. La moneta dall’elicottero non fa certamente diminuire la povertà e dilata le diseguaglianze.

Quel populismo accusa l’Europa – dopo averla sabotata sostenendo il sovranismo in ogni paese – e con essa “ i suoi servitori ubbidienti” perché non dà attuazione a tali slogan. In questo momento al principale alfiere Matteo Salvini non sfiora neppure l’idea di dovere una risposta alle principali perplessità di importanti paesi europei, più virtuosi di noi verso lo Stato e le sue leggi, che sono collegate alla nostra pluridecennale negativa tradizione sul funzionamento dello Stato e della PA.

Una tradizione zavorrante per un grande paese che non sa o non vuole far pagare le tasse ad una grande percentuale di evasori totali o parziali; che con il negativo primato del debito pubblico più alto in Europa vanta pur il positivo primato del maggior risparmio privato delle famiglie (9.700 mild netti, valutazione di Bankitalia, 8 volte il valore del Pil nazionale); che le tasse sono diventate  inversamente proporzionale ai redditi e patrimoni reali per il gran numero di balzelli e marche su molti certificati e pratiche richieste dalla Pubblica Amministrazione.

Nel nostro bel paese vige, nei fatti, una patrimoniale “rovesciata” – riscossa anormalmente e ai limiti del lecito in taluni casi come le tariffe elettriche dell’acqua con gli oneri di sistema – che finisce di esentare da una reale progressività (un principio base della Costituzione)  i grandi redditi e patrimoni. I prestiti e i trasferimenti in periodi di crisi/ricostruzione vanno concessi a lunghissimo termine e possibilmente a interesse zero, in taluni ben definiti casi anche con finanziamenti a fondo perduto, un insieme di regole e criteri ben diversi dallo slogan populista “Soldi, soldi…”.

Questo nostro strano paese ha assimilato  – a destra e a manca – il famigerato slogan berlusconiano “Non mettere le mani nelle tasche degli italiani” che si è poi tradotto nell’impoverimento progressivo impoverimento di servizi essenziali (Sanità e Scuola in primis) per assenza di entrate, di tasse di scopo, mentre sono proliferati – con governi diversamente etichettati, con maggioranze composte da giovani parlamentari – tanti condoni più o meno camuffati . Si rivendicano molte cose al Governo, all’Europa, ma non si vuole pensare a come “recuperare soldi” per finanziarle. O se vogliamo dirla in modo più popolare, e non populista, come fare a “tirarsi su le braghe” per fare funzionare i servizi essenziali e la giustizia fiscale nel nostro bel paese.

Alcuni articoli per approfondire l’anomalia fiscale e finanziaria dell’Italia.

  • Carlo Messina, ad di Intesa San Paolo, sul Sole 24 Ore. ha proposto “cinque mosse”: bond sociali, rientro dei capitali dall’estero, valorizzazione del patrimonio pubblico, investimenti pubblici e nella green economy, impiego agevolato del Tfr in titoli pubblici esentasse
  • Mario Dellacqua in “Il tabù della tassazione progressiva” tra molte altre cose ricorda “.. Se non ce l’hai, il denaro lo puoi stampare provvisoriamente o riuscire a fartelo prestare, ma prima o poi devi restituirlo o producendo nuova ricchezza o prelevandolo dove la ricchezza è depositata. (…) Carlo Daghino lamenta su Face Book di non essere «finora riuscito a trovare l’albero che produce soldi. Evidentemente chi si oppone alla timidissima proposta di Delrio conosce il vivaista che sa fare l’innesto miracoloso!» (…).
  • Michele Serra con le sue efficaci e semplici parole motiva “ Perché voglio pagare”, su La Repubblica
  • Piero Cingali, sul sito www.risparmiacelo.it ha pubblicato nel 2019 due eloquenti articoli, con grafici e tabelle, su “Siamo un paese troppo ricco per fallire” e “Debito pubblico e risparmi privato in Italia” .
  • Vincenzo Elafro, artigiano, invia una riflessione sociale e politica al tempo del coronavirus allegando anche una nota sulle grandi difficoltà di un piccolo artigiano e sulle pesanti tasse che deve pagare anche quando l’attività si contrae.
1 commento
  1. Luigi Stefano Fenoglio
    Luigi Stefano Fenoglio dice:

    Sono d’accordo con Mario per una tassa sui redditi alti, ma come ben evidenziato nel libro di Piketty “il capitale al XXI secolo” essa si deve estendere progressivamente su scala mondiale. Occorre perciò mettere dei controlli ai movimenti di capitale e combattere i paradisi fiscali così come si deve procedere verso l’eliminazione del contante. Se non lo facciamo ora non credo ne avremo più la possibilità.

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