Neolaureati, salari sotto media Eu

Il Sole 24 ore, del 18 febbraio, dedica un’intera pagina per documentare la situazione dei laureati in Italia, che per quanto riguarda lo stipendio si trovano sotto la media dell’Europa. Le buste paghe d’ingresso sono a quota 32mila euro, lontani dai 57mila della Germania. Bassi anche gli aumenti: solo +7% rispetto al 2022. Solo il 16% elle aziende ha una politica dedicata ai neolaureati e solo un terzo formalizza percorsi di carriera. Il settore che paga meglio è il Life Science con 34mila euro che supera del 6,25% la media nazionale. Ai testi deI Sole alleghiamo quello di un nostro lettore che è espatriato in Europa.

Sono articoli che fanno riflettere sulla deficit contrattazione sindacale e la scarsa elaborazione di una strategia. La Cisl, un tempo, è stata grande esperta in materia, mentre ora è impegnata in evanescenti percorsi per definire “il perimetro dei riformisti” alla ricerca di un fantomatico “patto sociale” con un governo che, a sua volta, ricerca la sintonia con Trump e la sua cultura MAGA (vedi allegato). Un gran grattacapo in un gran ginepraio! Oltre ad essere un grande guaio per la ricerca di unità d’azione.

Neolaureati, in Italia salari dietro i big d’Europa di Caterina Casadei Il Sole 8-2-2026

«Alla fine la questione è veramente semplice: bisogna mettere mano al portafoglio e fare un investimento corale sulla retribuzione fissa di ingresso dei neolaureati, alle prime esperienze professionali. Non c’è scorciatoia, in Italia vanno alzati i salari, abbiamo una fascia di ingresso che interessa i primi 2, 3 anni in azienda molto più bassa della media europea». Marco Morelli è un manager di lungo corso che parla da un osservatorio molto ricco di dati, quello di amministratore delegato di Mercer Italia, la multinazionale che fa parte di Marsh e ha tra i suoi focus la strategia sul capitale umano. «Non dico di guardare alla Svizzera dove si sfiorano i 90mila euro, ma i 32mila euro lordi di ingresso dei neolaureati italiani sono troppo distanti dai 57.500 della Germania, dai quasi 57mila dell’Austria, o dai 47.500 dell’Olanda e questo riduce l’attrattività del nostro Paese.

Poi è vero che tante aziende mettono in atto virtuose politiche di welfare e percorsi di crescita delle persone, ma questo non basta per attirare i talenti più giovani. Dobbiamo accettare il fatto che le retribuzioni vanno alzate e portate sopra la soglia di 40mila euro lordi. Poi senz’altro i benefit e il welfare sono importanti, ma le grandi città e alcune aree del Paese sono molto costose e pongono un tema di costo della vita, tant’è che si dovrebbe tornare a ragionare anche di differenziali a seconda delle diverse aree geografiche. Lo stesso stipendio a Palermo e a Taranto non regge lo stesso potere di acquisto a Milano o a Roma. Non possiamo dimenticare che l’Italia è un Paese che ha un potere di acquisto molto diverso a seconda dei territori. Le prime esperienze dei neolaureati, di chi ha meno di 30 anni devono contemplare l’importanza dell’esperienza professionale ma anche la necessità di sostenere il loro tenore di vita. Il livello medio italiano che oggi si attesta a 32mila euro è troppo basso, va alzato almeno del 25-30%».

Il report di Mercer, contenuto nella Total remuneration survey, ha coinvolto 735 aziende che sono presenti in Italia, per un totale di circa 270.000 osservazioni retributive. Il campione è rappresentativo di imprese di medie e grandi dimensioni, con in media un fatturato di 830 milioni di euro e circa 1.430 dipendenti. Se prendiamo i settori, quello che paga meglio è il Life Science, con una retribuzione di ingresso media di 34mila euro, superiore del 6,25% alla media nazionale. Seguono la manifattura (33.525 euro), i beni di largo consumo (32.950 euro), l’high tech (32.825 euro) e l’energia (32.250 euro). I servizi non finanziari restano invece il settore meno competitivo, con una retribuzione di ingresso pari a 28.400 euro, circa l’11% in meno della media.

Analizzando lo storico dei dati, va detto che in Italia si osserva un’evoluzione delle retribuzioni di ingresso dei neolaureati a partire però da un livello molto più basso e non con la stessa rapidità di altri Paesi. Nel nostro Paese, secondo i dati rilevati da Mercer, parliamo di un livello di ingresso che nel 2022 era di 30mila euro e nel 2025 è salito a 32mila, con un aumento del 7%.

Tra i Paesi rilevati nell’analisi, peggio dell’Italia, in valori assoluti, ma non in percentuali di crescita, fanno la Polonia, passata da 14.710 a 22.675 (+50% in euro e +41% in valuta locale) e la Spagna, passata da 27.500 euro a 31.845 (+16%). Nel Regno Unito l’aumento 2022-2025 è stato del 10%, da 34.501 a 38.144 euro, in Francia del 5%, da 36.950 a 38.750 euro, in Belgio del 6%, da 44.550 a 47.144 euro, in Olanda del 10%, da 43 a 47.500 euro, in Austria del 23% da 46.214 a 56.950 euro, in Germania del 10% da 52.229 a 57.534 euro e infine in Svizzera l’aumento è stato del 15% da 77.328 a 89.291 euro (+5% in valuta locale).

Nel confronto con l’Europa, insomma, l’Italia resta ancora poco competitiva. I neolaureati italiani si collocano nella parte bassa della classifica, davanti solo a Spagna e Polonia, che peraltro recentemente hanno cominciato ad accelerare. Non solo: dalla survey emerge come solo il 16% delle aziende italiane dichiari di avere una politica specifica e strutturata dedicata ai neolaureati, e appena il 36% offre percorsi di carriera formalizzati. Meno della metà, inoltre, investe in programmi di formazione professionale o di istruzione. Morelli evidenzia che «oltre ad avere livelli salariali di ingresso più bassi, l’Italia è anche un Paese dove la crescita retributiva è molto lenta. Il gap si riduce solo nel momento in cui si arriva alle posizioni apicali dove c’è un sostanziale allineamento con le principali economie europee. Il problema quindi è sulla parte più bassa e sul suo attraversamento».

Cosa fare? Per Morelli innanzitutto bisognerebbe «provare ad adottare politiche di detassazione degli stipendi: il cuneo fiscale in Italia è molto elevato e ricade sulle imprese. Ridurlo potrebbe facilitare l’innalzamento dei livelli retributivi. Inoltre i benefit andrebbero detassati senza fissare soglie come accade oggi: questo potrebbe portare a contratti integrativi più genorosi. A questo proposito andrebbero incentivate nella contrattazione di secondo livello politiche di pay for skill, immaginando di remunerare le competenze aggiuntive acquisite dal lavoratore. Infine resta da declinare la Pay Transparency che è una grande occasione per avere retribuzioni più eque». Con l’arrivo delle normative europee, però, avverte Morelli, trattenere e attrarre i giovani potrebbe diventare più difficile. Per questo è ancora più importante intervenire su tutto il perimetro del Total Reward, dai percorsi di carriera alla formazione continua, in modo da valorizzare al meglio il capitale umano fin dall’ingresso nel mondo del lavoro».

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