Ex-Ilva il tempo perso

Marco Bentivogli, è stato un sindacalista che ha cercato con determinazione di rimuovere l’agire di rimessa del sindacato di fronte alle crisi industriali, sollecitando anche un ruolo più incisivo e propositivo delle Confederazioni soprattutto verso il governo. La drammatica vicenda dell’ex-Ilva è stato una di queste vicende. La Cisl ha risposto alle tante domande e iniziative dell’ex-segretario generale della Fim-Cisl ….sospingendolo fuori dal sindacato, con le dimissioni “spintanee” del 19 giugno 2020 (era in carica dal novembre 2014). Bentivogli continua a scrivere, anche sul sindacato e sul colosso in agonia dell’acciao italiano. Con il terzo ritorno del colosso industriale Jindal sullo scenario dell’ex-Ilva, pubbica su Italy Post il commento qui riprodotto.

Il tempo perso brucia valore, non acciaio di Marco Bentivogli su Italy Post del 13-3-26

<< Si riapre la partita sull’ex Ilva? Non è ancora chiaro, l’unica cer­tezza è un quadro molto più fragi­le di qualche settimana fa. Il mini­stro Urso ha riferito in Senato che Jindal ha presentato una manife­stazione di interesse per l’intero complesso, con un piano definito «ambizioso e orientato alla decar­bonizzazione».

Ex Ilva è esteso per 15,45 km², circa il doppio della città di Taranto

Ma la trattativa riparte in condizioni peggiori, non tanto per il peso del­la sentenza del Tribunale di Milano sulle aree a caldo ma per un dato, quello sì ancora più grave: il tempo perso. È il risultato di anni di rinvìi, incertezze, scelte contrad­dittorie, piani annunciati e mai portati fino in fondo. La fragilità del quadro nasce qui. Nasce dal deterioramento progressivo di tutti i valori in campo: impianti, produzione, cre­dibilità industriale, relazioni con il territorio, affidabilità verso il mercato.

Ogni mese trascorso senza una direzione chiara ha consumato pezzi di fabbrica, di la­voro e di fiducia. E il prezzo di questa agonia è stato altissimo.

Le morti di Loris Costantino e Claudio Sala- mida negli ultimi 2 mesi, non sono inciden­ti isolati da archiviare come fatalità: sono il segno più duro di una crisi protratta, di una fabbrica sospesa, di responsabilità rinviate troppo a lungo. Tutti aspettano che sia un altro a decidere: il governo, i commissari, il tribunale, il possibile compratore, i manager. Nel frattempo il conto cresce.

La revisione della proposta Flacks

È anche questa la ragione per cui si era arri­vati all’esclusiva con Flacks. Non perché fos­se il compratore ideale, ma perché il campo si era progressivamente ristretto. A febbraio 2025 i frontrunner erano Baku Steel e Jindal. Poi entrambi si sono sfilati dalla gara per l’intero perimetro, mentre Jindal guarda­va anche ad altre partite europee, compresa Thyssenkrupp.

A quel punto, tra i pochi rimasti interessati a comprare tutto, il governo ha dato ai com­missari mandato di negoziare in esclusiva con Flacks, accompagnando però quella scel­ta con una formula rivelatrice: la necessità di consolidare possibili partenariati industriali.

Tradotto: neppure chi aveva scelto l’esclu­siva riteneva sufficiente il profilo dell’acqui­rente da solo. Ed è qui che tornano i dubbi. Flacks deve ancora dimostrare fino in fondo ciò che conta davvero in una vicenda come questa: solidità finanziaria, trasparenza della struttura societaria, disponibilità di capitale, partner industriali, capacità di reggere tem­pi, costi e conflitti di una transizione com­plessa. L’offerta simbolica da un euro, letta da sola, racconta già quanto valore sia stato bruciato in questi anni.

Nel 2017 ArcelorMittal vinse la gara mettendo sul piatto 1.8 miliardi. Nel 2025 Baku Steel era indicata come can­didata forte attorno a un miliardo: dopo l’incendio dell’altoforno 1 si parlava già di un drastico ridimensionamento(500 min).

Oggi il prezzo si avvicina a quello di un asset che non incorpora più valore in­dustriale, ma soprattutto rischi. Flacks ha offerto 1€. C’è poi una responsabili­tà politica e manageriale che in questa storia viene rimossa troppo facilmente. Ogni cambio di governo ha promesso la soluzione definitiva. Ogni nuova gover­nance è stata presentata come quella capace di rimettere ordine.

Ma nessuno, alla fine, paga davvero per il peggioramento progressivo del quadro. Né chi ha gestito le trattative, né chi ha guidato l’azienda, né chi ha raccontato come imminente un rilan­cio che non arrivava mai, È anche per questo che la vicenda Ilva è diventata il simbolo di un Paese che consuma valo­re industriale senza mai misurare fino in fondo il costo degli errori.

La terza volta di Jindal

Jindal, da questo punto di vista, non è un nome improvvisato. È un grande gruppo siderurgico industriale, non un investitore finanziario puro. Ma il punto non è chi sia sulla carta. Il punto è il suo «track record» (curriculum) nei dossier italiani. Per l’ex Ilva questo sa­rebbe il terzo ritorno di fiamma.

Nel 2017 la cordata Accialtalia, di cui facevano parte Arvedi. Cdp, Delfin e JSW Steel, perse contro ArcelorMittal, Quando si tentò un rilancio fuori tem­po massimo, la cordata era già meno solida.

Anche questo precedente dice molto: nell’acciaio italiano i piani cambiano rapidamente, le alleanze si scompongo­no, le responsabilità si disperdono. Nel 2017 la cordata Accialtalia ebbe anche un forte sostegno politico, soprattutto in Puglia, come se quel consenso ba­stasse a sostituire solidità industriale e capacità esecutiva.

Ma su Ilva il tifo non ha mai colmato i vuoti del progetto. Come nel calcio i giocatori più iconici cambiano maglia. Lucia Morselli che guidava la cordata perdente (Accialtalia), dopo il 2019 e la scelta di ArcelorMittal di andare via, passò a guidare proprio Acciaierie d’I­talia come Ad. Più istruttivo ancora è il caso Piombino.

Jindal non se n’è andata formalmen­te, ma non ha neppure portato a com­pimento il rilancio che per anni era stato evocato. Tra protocolli, impegni pubblici, investimenti annunciati e ri­definizioni successive, il progetto ha perso centralità ed è stato affiancato da un nuovo asse industriale. In sostanza, a Piombino non è mancata la dichiara­zione d’intenti: è mancata l’esecuzione piena.

Ed è esattamente questo il nodo anche per Taranto. Tra interesse ma­nifestato e closing vero c’è di mezzo la parte più difficile: capitale vincolato, governance credibile, decarbonizza­zione praticabile, autorizzazioni, tempi e occupazione. Per questo il ritorno di Jindal conta, ma non basta. Non scio­glie da solo i dubbi che esistono su Flacks: li sposta su un altro tavolo, quel­lo della credibilità esecutiva.

Dietro le due offerte si continua a par­lare di un soggetto industriale italiano che entrerebbe con una quota di mino­ranza. Il punto, allora, non è scegliere ogni settimana un nuovo nome da met­tere in prima fila. Il punto è che dopo sei anni il tempo è scaduto e sarebbe ora di giocare a carte scoperte. Servono numeri trasparenti, responsabilità rico­noscibili, un progetto industriale verifi­cabile e tempi credibili.

Tutto il resto è accanimento terapeu­tico su una crisi che continua a divorare valore. Non acciaio, valore: industriale, sociale, occupazionale, umano. E ogni giorno perso rende la soluzione più co­stosa, più fragile e più lontana. Qualcu­no parla della necessità di un reset vero di tutta la partita. Una drammatizzazio­ne. Ma più drammatica di così? C’è solo la farsa, ma forse anche per quella, sia­mo già oltre.>>

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