“Pacco” o patto sociale?

Il significato sindacale di “pacco” è ben noto, in particolare quando si commentano accordi con le controparti raccontando di  mediazioni positive quando non lo sono, oppure quando si “lasciare fare” per tacita intesa. La manovra di bilancio 2026 – discussa in una sola delle due Camere, votata con la fiducia con un maxiemendamento – nello spirito in odore di incostituzionlità al pari dei decreti “omnibus” e “mille proroghe” – può ben definirsi un “pacco” per i lavoratori dipendenti, per i giovani disoccupati, per le donne e per i pensionati, per quel vasto ceto sociale che non rientra nella galassia del cosiddetto “ceto medio” a cui si fa riferimento in modo generico.

Patto o “pacco” sociale? Ahinoi, si avvera il secondo! La Cisl sta smarrendo la sua storia e il ruolo di un sindacato nuovo dentro la realtà sociale e le trasformazioni del lavoro. Al riguardo segnaliamo l’articolo di Michele Dau sul sito Il Domani https://ildomaniditalia.eu/cisl-sotto-esame-crisi-di-autonomia-eclisse-del-pluralismo-e-deriva-politica/ e per i sostenitori (molti in Cisl) che il “perimetro riformista” può comprendere la destra e nel contempo escludere la Cgil potete leggere “Un patto sociale senza la Cgil” di Luigi Tivelli su Il Giornale. (vedi allegato)

La Cisl ha valutato “le luci e le ombre” della manovra esprimendo un giudizio finale di “via libera” rinviando le grandi questioni eluse o irrisolte al fatidico appuntamento per definire un ipotetico e assai problematico patto sociale, con chi ci sta, rilanciato con la recente intervista di Daniela Fumarola al Corriere della Sera (vedi allegato). In attesa del futuro ..anche la segretaria generale della Cisl, come la premier Meloni in conferenza stampa, si dimentica che, in 5 anni, il carrello della spesa ha registrato un aumento del 24% e le bollette per l’energia elettrica del 34% (dati Istat)

https://youtu.be/_3s7RgkvcKM 3 ore – 40 domande

Anche la premier Giorgia Meloni ne ha fatto cenno nella lunga conferenza stampa (3 ore) di inizio anno. Abbiamo seguito interamente la diretta, con le 40 domande “educate” dei gernalisti, constatando ancora l’abilità politica e discorsiva della premier nel dare risposte, seppure con molti omissis. Abbaimo preso atto che sono mancate domande incisive e circostanziate su quanto avviene, non da ora, per organici e strutture della sanità pubblica. Una lacuna? Una mancata percezione? Forse chi ha preso parola in quella sala conferenze non si avvale più, da tempo, dei tortuosi percorsi della sanità pubblica ma ricorre ai servizi di quella privata o di corsie preferenziali in quela pubblica? Cosa che d’altronde avviene amche per la maggioranza dei sindacalisti a pieno tempo delle segreterie  categoriali e territoriali, nazionali e confederali, che pertanto sono portati a scalare la sanità dalle priorità per i lavoratori e pensionati.

La nostra storia e la nostra “abitudine” di sindacalisti, seppure in pensione da molti anni, ci porta sovente a rileggere gli impegni assunti nei Congressi, le richieste avanzate alle controparti, le piattaforme rivendicative peraltro oggi prive di una efficace strategia unitaria, in particolare per quanto riguarda il confronto con governo e enti locali. Queste rivendicazioni sono sempre presentate con la narrazione della solidarietà sociale, come – ad esempio – per sostenere le uscite anticipate e agevolate per le donne e per i lavori usuranti, per le pensioni di sicurezza per i giovani; per l’assistenza socio-sanitaria domiciliare e nelle RSA. Per la sanità pubblica, pensando alle priorità dei pronto soccorso e delle lunghe e a volte inaccessibili liste d’attesa per esami.

La lista delle rivendicazioni sindacali è molto lunga ma ci fermiamo per segnalare alcune decisioni beffa, in tema di solidarietà sociale, contenute nella legge di bilancio e relativi allegati, che per noi sono anche “una lente di lettura” per classificare la manovra 2026 – con il nostro linguaggio sindacale- “un grande pacco”! 

La prima. L’abbiamo trovata in un articolo di Chiara Saraceno, attenta ricercatrice sociale che legge con attenzione le carte del governo…mentre Luigi Sbarra diceva di farlo ma poi…. è stato cooptato nel governo Meloni! Nell’articolo “Una sola ora alla settimana per assistere i non autosufficienti” (in allegato il testo) sottolinea Un’ora alla settimana di servizi assistenza domiciliare per le persone non autosufficienti: è il livello essenziale di prestazione (Lep) identificato dalla legge di Bilancio di quest’anno, comma 699 (…) Si ripete così la beffa dell’estensione della copertura dell’Adi, l’Assistenza domiciliare delle Asl rivolta a chi per un periodo ha bisogno di un’assistenza di tipo sanitario, anche al fine di evitare ricoveri inappropriati: per aumentarne il livello di copertura portandolo al 10% senza aumentare i costi, sono state ridotte a 13 le già scarse 18 ore annuali”.

E’ un tradimento delle stesse promesse  governative, una porta in faccia alle richieste sindacali unitarie, presentate già al governo Draghi, per affrontare il grande problema della nostra società che per alcuni decenni registrerà un numero crescente di anziani e di anziani non autosufficienti e nel contempo un tasso decrescente di natalità. Una beffa che si aggrava, sempre in tema di assistenza agli anziani, leggendo quanto dispone il disegno di legge per il sostegno ai caregiver, presentato dieci giorni dopo l’approvazione della legge di bilancio. I cosiddetti caregiver, sono le persone che assistono un famigliare disabile o non autosufficiente, in Italia sono circa 7 milioni. La proposta prevede un contributo da 400 euro mensili che partirà solo nel 2027 e potrà prenderlo chi assiste il parente per almeno 91 ore settimanali. Tredici ore al giorno per sette giorni, ma a scremare la platea saranno soprattutto i severissimi requisiti: l’Isee non deve superare i 15 mila euro, mentre il reddito massimo deve essere di appena 3 mila euro all’anno. Solo qualche decina di migliaia su 7 milioni di caregiver rientrano in questu criteri (vedi articoli in allegato).

Che si aspetta a reagire? La Cisl si risveglia ricordando gli obiettivi indicati nell’ultimo Congresso dove ha assunto impegni solenni per la sanità e l’assistenza definendole architravi della propria strategia della solidarietà!

La seconda. Deciso lo stop a Quota 103 Cancellata «Opzione donna» – Per le lavoratrici l’adeguamento dei requisiti alla speranza di vita non comporta differenze rispetto agli uomini per quanto riguarda la pensione di vecchiaia, dove i requisiti sono allineati ormai da tempo. E quindi anche le donne dovranno aspettare di compiere 67 anni e un mese nel 2027 e 67 anni e tre mesi nel 2028 per lasciare il lavoro, sempre che abbiano almeno 20 anni di contributi. Così scrive Enrico Marro, sul Corriere della Sera, nell’articolo La nuova mappa delle pensioni (leggere in allegato) nel quale sottolinea che sono state ntrodotte restrizioni  per l’uscita anticipata per i lavori particolarmente usuranti.

La terza beffa – Nessun segnale nella legge di bilancio per affrontare l’erosione del potere d’acquisto – misurata sul carrello della spesa e non sulle medie nazionali – operata dal “drenaggio fiscale”. Al tempo del Congresso Cisl, Daniela Fumarola definì nella sua relazione il fiscal drag un elefante nella stanza, una metafora per indicare il fatto clamoroso da risolvere. Nulla è stato fatto e parte degli aumenti contrattuali e delle pensioni sono state “rimangiate”. Per approfondire questo annoso problema serve quanto l’articolo in allegato di Roberto Rotunno pubblicato su Il Fatto Quotidiano e ancora di più assumere come prioritaria la considerazione e la proposta avanzata da Tito Boeri, ex-presidente Inps: « 3. Sterilizzare il fiscal drag. (…) Per questo motivo, tutti i paesi dell’Eurozona, a eccezione di Cipro, Grecia, Croazia, Ungheria e Italia, di fronte alla recrudescenza dell’inflazione, hanno indicizzato gli scaglioni e le altre componenti nominali dell’imposta sui redditi all’inflazione. Del resto, era quanto facevamo anche in Italia negli anni Ottanta, in periodi ad alta inflazione. Da notare che i cinque paesi, tra cui l’Italia, che non hanno indicizzato gli scaglioni all’inflazione hanno tutti un forte settore informale. L’impressione è che i loro governi utilizzino l’inflazione per recuperare gettito non già riducendo l’evasione fiscale, ma tassando ancora di più chi già oggi paga.». Vedi qui https://sindacalmente.org/content/il-lavoro-impoverito/ Cose che sono state dette anche nel corso dei Congressi delle categorie e dei territori lo scorso anno, ripresi e ricordati dalla stessa Daniela Fumarola al Congresso Cisl, a Roma il luglio scorso. Ora, la segretaria generale della Cisl per non perdere sintonia con la premier Giorgia Meloni per un futuribile “patto sociale” ….ha perso la sintonia con gli impegni assunti in Congresso per incardinare una strategia confederale con respiro unitario per l’insieme del sindacato confederale. E’ necessario un risveglio!

Consigliamo un’attenta lettura dell’articolo allegato di Milano Finanza ” Min.Lavoro: Legge di Bilancio 2026 – le principali misure per lavoratori, imprese e famiglie“. La Cisl, che da sempre giustamente privilegia la contrattazione rispetto la legge per meglio negoziare la realtà in trasformazione del lavoro e quella sociale, deve con urgenza fare un bilancio su quanto sta avvenendo con la contrattazione che sul piano generale che non salguarda più, da trent’anni, il potere d’acquisto dei salari,(vedi in allegato rapporto Inps). Inoltre non si è dimostrata in grado di recuperare il gap salariale tra uomo e donna a parità di inquadramento e mansione. Sul versante del welfare aziendale e dei bonus sociali: con la detassazione e soprattutto la decontribusione ( che impoverisce la pensione fondata sui contributi versati) si paventano più rischi. Si delinea una “giungla” di norme del welfare per bonus temporanei e con dubbi criteri, il sorgere di una sorta di “micro mutue” depotenzianto l’attenzione e la spinta per potenziare i servizi universali per tutti, anche per coloro che non sono coperti o non sono in grado di realizzare la contrattazione integrativa.

Alleghiamo articoli che riassumono in schede la legge di bilancio 2026 per avere un quadro di riferimento sulle decisioni approvate dal Parlamento. Alleghiamo anche il testo integrale della legge (la numero 199) pubblicata in Gazzetta Ufficile che ben fa capire, per come è scritta, che può essere compresibile dagli addetti al lavoro ma non certo dalla maggioranza dei cittadini, e forse neppure dei sindacalisti. Una scelta politica praticata da molti anni, che si aggrava con il passare degli anni, un metodo che distorce il concetto di trasparenza, che nasconde i tanti omisssis. Un lessico contorto con tanti rinvii a norme legislative, una sorta di nebbia che ostacola la comprensione sugli impegni assunti o rinviati..