Il mondo in mano ai gangster

Piero Sansonetti, su L’Unità del 15 genaio, titola il suo editoriale così: IL MONDO IN MANO AI GANGSTER . In sottotilo esplicita i nomi: Khamenei, Trump, Netanyahu, Putin, i re della guerra. Parole che vanno oltre il “politicamente corretto” ma veritiere per quattro gangster della politica mondiale che ripetutamente hanno fatto carta straccia della Carta dei diritti universali e delle norme del diritto internazionale, emarginando il ruolo dell’Onu e della Corte Penale Internazionale, utilizzando la forza delle armi e la prepotenza della repressione poliziesca. Sansonetti conclude con una riflessione sul pacifismo che fatica a mettere in campo una forte opposizione per iniziative che contrastino le azioni di questi banditi – gangster politici – che distruggono democrazia e le relazioni internazionali. Il pacifismo deve ritornare nel cuore e nelle menti dei cittadini e dei politici per rimettere ordine in questo mondo che moltiplica terrorismo-guerre-paure.

Un’urgenza:il ritorno del pacifismo con proprie azioni e iniziative

Massacri in Iran

IL MONDO IN MANO AI GANGSTER Piero Sansonetti – L’Unita

I morti in Iran aumentano. Si susseguono le impiccagioni dei manifestanti. Le proteste non si fermano. Il mondo guarda attonito a questa carneficina e non sa come intervenire. La diplomazia può far poco perché in questi anni è stata distrutta, i rapporti dell’Occidente con l’Iran sono stati rasi al suolo, anche per via degli interventi militari di Israele e Stati Uniti e dell’uccisione, con metodi terroristici, di alcuni dirigenti e alti militari iraniani.

Ieri sera Trump è tornato a parlare di intervento armato. Non è necessario saperne molto di politica o di arte militare per capire che l’intervento armato sarebbe un disastro. Non un aiuto ai manifestanti ma lo spunto per nuove stragi e l’innalzamento del livello della repressione.

Ieri il Parlamento italiano ha approvato una risoluzione di condanna netta per il feroce attacco del regime teocratico iraniano alla gente che manifesta in rivolta. È una cosa buono. Un gesto responsabile. Purtroppo non è stato possibile votare all’unanimità perché i 5 Stelle hanno voluto distinguersi e non hanno concesso il loro voto. Non c’è niente da fare. Neppure nei momenti di più grande drammaticità la politica riesce a concepire se stessa come qualcosa che sa stare fuori dagli interessi di bottega. Dalla ricerca di qualche consenso e di un voto in più. I 5 Stelle hanno calcolato che dal punto di vista elettorale conveniva tenersi fuori dal blocco compatto degli altri partiti, e così hanno deciso di non votare, non sulla base di un giudizio su quel che sta succedendo in Iran, ma sulla base di una previsione elettorale.

Conte deve essersi detto: se il Pd vota insieme al centrodestra e io no, forse rosicchio qualche voto al Pd facendo leva sul sentimento antiamericano di una parte della sinistra. Qui l’antiamericanismo non c’entra nulla. E neanche l’anti trumpismo. Non c’è bisogno di stare dalla parte di Trump per condannare un massacro immane. Quando il capo del partito comunista italiano, che allora era Achille Occhetto, andò a manifestare sotto l’ambasciata cinese mentre le truppe di Deng Tsiao Ping sparavano sugli studenti in piazza Tien An Men, non fece un passo filoamericano, non si schierò dalla parte di Bush, scelse di stare con la ragione contro la ferocia. E pronunciò delle parole sacrosante, che non furono notate dalla stampa. Disse: non possiamo usare, per definirci, la stessa parola che usa il regime dittatoriale cinese. La parola in questione era vecchia e gloriosa, ma troppo infangata: comunismo.

Il mondo è in mano ai banditi. Nel titolo abbiamo messo i nomi dei quattro banditi più forti, potenti e sanguinari. Stanno dicendo al mondo che le relazioni internazionali si tessono coi cannoni. Che la politica è guerra. Che la vita umana ha un valore molto relativo e può essere scambiata con vantaggi economici. Che il diritto internazionale è un lacciuolo che ostacola la politica di potenza e il liberismo.

Lo stesso liberismo, come fu con il comunismo, sta rinunciando ai suoi valori fondanti e si sta trasformando nel luogo della guerra. Il comunismo aveva come valore principale l’uguaglianza, il liberismo ha come suo valore essenziale la libertà. Libertà ed eguaglianza sono parole scomparse persino dalla retorica politica. La parola vincente è riarmo. Il capitalismo di questo inizio del secondo quarto di secolo sembra pronto a ristrutturarsi e a diventare capitalismo di guerra. I regimi dittatoriali, come quello di Khamenei e di Putin non sono da meno, e si trovano a proprio agio in questo clima nel quale l’idea stessa di moralità è scomparsa. Donald Trump è in tutta evidenza il leader più amorale che l’America abbia mai avuto. Invoca la dottrina Monroe, ma la sua dottrina è qualcosa di molto più mostruoso della dottrina di Monroe. Trump assomiglia molto più al signor No di Jan Fleming che al presidente Monroe. Putin ha riportato la Russia ai tempi di Stalin o dello Zar, cancellando i coraggiosi tentativi di democratizzazione di Gorbaciov e anche di Eltsin. Netanyahu e Khamenei sono due leader che approfittano spudoratamente della religione per uccidere nel nome di Dio. In modo seriale e con freddezza.

E il pacifismo? Il pacifismo che anche nei momenti più difficili degli ultimi due secoli faceva sempre capolino, nella lotta politica, guidato da figure gigantesche, come quelle di Thoreau, Jean Jaurès, Gandhi, Luther King, Mandela, e i nostri Andrea Costa, Capitini, Dolci, Mazzolari e tantissimi sacerdoti e leader cattolici, dove è finito?

È un problema serio. L’assenza di una forte opposizione pacifista, la scelta riarmista dell’Europa, le divisioni a sinistra rischiano di minare le possibilità di resistenza. In un mondo dominato dai banditi, dove anche le politiche moderate sono messe al bando, la mancanza di un pensiero pacifista visibile e forte è una debolezza spaventosa. Opporre un pensiero al non pensiero dei guerristi è l’unica chiave di volta possibile per riportare la politica coi piedi a terra.

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