Golpe internazionale
Venezuela: il rapimento – l’arresto è cosa ben diversa – del presidente-dittatore Nicolas Maduro, per mano armata degli Usa si configura come un classico e spettacolare golpe internazionale. La gravità di questo atto è stato denunciato con fermezza dalla Confederazione Mondiale dei Sindacati (ITUC con 175 milioni di aderenti) e dai principali sindacati.
In Italia la Cisl, sui social e dichiarazioni di Daniela Fumarola, pur affermando principi e auspici democratici non ha esplicitato il dissenso sull’intervento armato, deciso da Donal Trump, per rapire e deportare a New York e qui processare Nicolas Maduro. Un omissis voluto per rimanere…in scia, in sintonia con Giorgia Meloni, unico capo di governo europeo che ha definito legittimo l’operato del tycoom americano. Di seguito potete leggere un commento di Savino Pezzotta, pubblicato il 4 gennaio sul suo sito, e il breve comunicato della Cisl. In allegato altri testi e link .
La CISL – #DanielaFumarola: << La #CISL esprime profonda preoccupazione per le notizie drammatiche provenienti dal #Venezuela , per i rischi per la popolazione civile e per la stabilità dell’intera regione. L’escalation militare e l’uso della forza rappresentano sempre un pericoloso passo indietro rispetto alla ricerca di soluzioni politiche e multilaterali. Ora, anche attraverso il coinvolgimento della comunità internazionale, bisogna garantire una transizione che assicuri il superamento del regime e la tanto agognata svolta democratica per il Venezuela>>.
DIRITTO INTERNAZIONALE E RESPONSABILITÀ MORALE di Savino Pezzotta
Ho voluto scrivere questo articolo in modo più analitico possibile esprimendo il mio pensiero critico.
L’aggressione militare statunitense al Venezuela ha rappresenta un banco di prova decisivo per il movimento sindacale contemporaneo, non solo sul piano della solidarietà internazionale, ma soprattutto sul terreno della coerenza politica, giuridica ed etica. In un contesto segnato dal ritorno della forza come strumento di regolazione dei conflitti globali, le organizzazioni dei lavoratori sono chiamate a dire se il diritto internazionale costituisca ancora un limite invalicabile oppure un riferimento opzionale, subordinato agli equilibri geopolitici dominanti.
In questo quadro, emerge con chiarezza una asimmetria significativa: la posizione del sindacato internazionale risulta più netta, esplicita e coerente di quella europea e, soprattutto, di parte del sindacalismo nazionale italiano. Una dinamica che interroga il ruolo stesso del sindacato come soggetto politico-morale globale.
La Confederazione Sindacale Internazionale: una condanna senza ambiguità

La Confederazione Sindacale Internazionale (ITUC), che rappresenta circa 175 milioni di lavoratori in oltre 150 paesi e a cui aderiscono anche CGIL, CISL e UIL, ha assunto una posizione chiara e inequivocabile. L’intervento militare degli Stati Uniti è stato definito una flagrante violazione della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale, collocando l’azione americana fuori da qualsiasi cornice di legittimità giuridica e politica.
L’ITUC ha ribadito un principio dirimente: nessuna forma di “regime change” imposto con la forza è accettabile, indipendentemente dal giudizio politico sul governo venezuelano. Il futuro di un paese, afferma la Confederazione, deve essere deciso dai suoi cittadini attraverso processi pacifici e democratici, non mediante bombardamenti, sequestri o azioni unilaterali.
Di particolare rilievo è la richiesta esplicita di liberazione immediata di Nicolás Maduro, di Cilia Flores e degli altri detenuti coinvolti, segno di una lettura che non separa la questione dei diritti civili dalla legalità internazionale. Per l’ITUC, la violazione della sovranità nazionale non è un dettaglio geopolitico, ma una minaccia diretta alla pace regionale e globale, e dunque anche ai diritti dei lavoratori.
Questa posizione non è isolata. La World Federation of Trade Unions (WFTU), con un orientamento più esplicitamente classista e anti-imperialista, ha definito l’operazione un intervento imperialista finalizzato al controllo delle risorse energetiche, esprimendo piena solidarietà ai lavoratori venezuelani. Anche sindacati di diversi paesi del Sud globale, così come il TUC britannico, si sono allineati alla condanna dell’azione statunitense, parlando di un pericolo grave per la stabilità internazionale.
Ne emerge un dato politico rilevante: il sindacato globale, nel suo insieme, difende il diritto internazionale come argine alla guerra, senza ambiguità, senza linguaggi eufemistici, senza rinvii tattici.
L’ europa sindacale e il riflesso dell’ambiguità geopolitica
Se a livello globale il giudizio è netto, sul piano europeo il quadro appare più sfumato, risentendo dell’orizzonte euro-atlantico e della difficoltà dell’Unione Europea a esprimere una linea autonoma sui conflitti internazionali. Anche nel movimento sindacale europeo si registra una tensione tra l’adesione formale ai principi multilaterali e una certa cautela nel nominare le responsabilità politiche dell’aggressione.
Questa ambiguità si riflette, con maggiore evidenza, nelle articolazioni nazionali, dove le differenze tra le confederazioni diventano più marcate e politicamente significative.
L’Italia sindacale: la chiarezza delal Cgil e il silenzio selettivo della Cisl

Nel panorama italiano, la CGIL ha assunto una posizione coerente con quella dell’ITUC. Il segretario generale Maurizio Landini ha definito l’intervento statunitense una violazione della sovranità nazionale venezuelana e del diritto internazionale, chiedendo il ripristino della legalità internazionale e l’immediata attivazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
La CGIL ha parlato senza mezzi termini di uso della forza come “carta straccia del diritto internazionale”, affermando che pace, democrazia e diritti umani non possono essere imposti con bombardamenti e rapimenti. Accanto alle dichiarazioni ufficiali, si sono svolte anche manifestazioni pacifiche di solidarietà con il popolo venezuelano, segno di una concezione del sindacato come soggetto attivo nello spazio pubblico, non ridotto a semplice commentatore umanitario.
Diversa, e politicamente problematica, è la posizione della CISL. La Confederazione ha espresso “profonda preoccupazione” per l’escalation militare e per le sofferenze della popolazione civile, auspicando il dialogo e una soluzione politica della crisi. Il linguaggio utilizzato è sobrio, istituzionale, non conflittuale.
Tuttavia, ciò che colpisce non è tanto ciò che la CISL dice, quanto ciò che evita accuratamente di dire.
Non vi è alcuna condanna esplicita dell’attacco militare statunitense. L’azione non viene mai definita come aggressione, né come violazione della sovranità o del diritto internazionale. Manca ogni riferimento diretto alla Carta dell’ONU, così come qualsiasi presa di distanza dall’unilateralismo americano. Il multilateralismo è evocato in modo generico, senza la richiesta di un coinvolgimento formale delle istituzioni internazionali.
In sintesi, la CISL parla degli effetti, non delle cause; delle conseguenze umanitarie, non della responsabilità politica. La differenza rispetto alla CGIL e all’ITUC non è solo di tono, ma di giudizio giuridico e politico.
Sindacato, pace e ispirazione cristiana: una contraddizione aperta
Questa postura diventa ancora più problematica se letta alla luce della recente auto-definizione della CISL come sindacato di “ispirazione cristiana”. Storicamente la CISL si è sempre dichiarata laica e aconfessionale, pur riconoscendo la presenza maggioritaria di iscritti di cultura cattolica. La scelta di rivendicare oggi un’ispirazione cristiana chiama però in causa un criterio di coerenza etica più stringente.
La Dottrina sociale della Chiesa afferma con chiarezza che la guerra non è mai uno strumento ordinario di giustizia, che la sovranità dei popoli va rispettata e che il male non può essere giustificato da un fine presunto buono. Da Pacem in terris a Caritas in veritate, il magistero ha indicato nel diritto internazionale e nel multilateralismo l’unico argine realistico alla violenza.
Il magistero di Leone XIV ha ulteriormente insistito sul rifiuto della logica del “cambio” che non nasce primariamente da un processo interno autonomo, ma da una pressione esercitata da potenze esterne e imposto con la forza e sulla necessità di denunciare le responsabilità politiche quando la legalità internazionale viene infranta.
In questo quadro, il silenzio della CISL sulla responsabilità dell’aggressione statunitense non appare come prudenza, ma come scarto tra ispirazione proclamata e prassi concreta. Una contraddizione che indebolisce la credibilità del sindacato come soggetto politico-morale e lo riduce a una voce umanitaria depotenziata.
CONCLUSIONE: IL SINDACATO COME ARGINE O COME SPETTATORE ?
Link e articoli correlati
Il dovere di non tacere https://savinopezzotta.wordpress.com/2026/01/06/il-dovere-di-non-tacere/
Il fine non giustifica i mezzi https://savinopezzotta.wordpress.com/2026/01/04/il-fine-non-giustifica-i-mezzi/

Lascia un Commento
Vuoi partecipare alla discussione?Sentitevi liberi di contribuire!