Evento storico ad Asmara: dopo vent'anni Etiopia e Eritrea firmano la pace, ponendo fine allo stato di guerra tra le due nazioni confinanti. Gran merito va al neo-premier etiope Abiy Ahmed che ha impresso fin dal suo insediamento (luglio 2018) un corso progressista al paese. In politica estera ha dichiarato di rinunciare a pretese sul triangolo di sabbia attorno a Bademme, causa principale della lunga guerra, consentendo così l’accordo con l’Eritrea del dittatore Issaias Afewerki.

In questi anni Afewerki si è trasformato da alfiere dell’indipendenza a dittatore, ha sospeso la Costituzione, chiuso gli organi di informazione, imprigionato oppositori veri o presunti e ministri, intellettuali e compagni di partito che gli avevano chiesto di rispettare la democrazia. Ha anche  chiuso l’università e militarizzato lo Stato imponendo il servizio militare illimitato da 17 a 50 anni ed espulso missionari e Ong perché «occidentali».

Ora è l’inizio di un lungo cammino di possibile cooperazione e trasformazione per i due paesi, riguarda il Corno d’Africa e anche oltre. L’Europa deve essere in  prima fila per sostenere questo processo, e l’Italia ha più motivi di altri per esserr tra i protagonisti di questi aiuti. Notivi storici e attuali sull'immigrazione. 

L’Avvenire ha dato particolare risalto e notizie con due documentati articoli di Paolo Lambruschini (11 Luglio) e di Giulio Albanese (24 agosto). (vedi allegati)

Abiy Ahmed per il suo coraggioso programma – a rimosso anche centinaia di dirigenti corrotti – è già stato oggetto di un attentato, il 23 giugno, durante un comizio dove il lancio di una granata ha causato la morte di una persona e 150 feriti.  

Gli eritrei sono la seconda nazionalità (dopo i tunisini) per gli arrivi in Italia, in fuga da torture e dittatura, che allo stato attuale permane ben viva!  (vedi allegato)

Se in Etiopia il premier – che a tre mesi dalla nomina ha già deciso la liberazione dei prigionieri politici e compiuto questo passo storico – deve affrontare la resistenza dei tigrini, che rivendicano i territori restituiti all’Asmara, e le pretese nazionaliste sul porto eritreo di Assab, in Eritrea occorre curare sofferenze decennali e riyormare alla democrazia.

Il nostro ministro degli Interni Matteo Salvini, per come agisce, sembra non conoscere a fondo la realtà di questi due paesi, in particolare dell’Eritrea. Lo dimostra la risposta data a Marco Cremonesi, intervista del 24 Agosto al Corriere della Sera. Pensa più alla strategia unitaria con Orban sui respingimenti e sull'Eritrea risponde così.

Sulla Diciotti sono quasi tutti eritrei, potrebbero avere diritto all’asilo. O no?

«Una delle poche buone notizie di questa estate disastrosa è che tra Etiopia ed Eritrea la pace resiste. Il cappellano degli eritrei in Europa, don Mussie Zerai, dice di sperare che anche  l’Italia faccia la sua parte. Come governo, noi siamo assolutamente disponibili» (testo allegato)

Mente sapendo di mentire? Oppure non ricorda semplicemente come tanti colleghi del governo giallo-verde, così come quelli di passati governi, quanto ricostruisce Gian Antonio Stella in “Aiutiamoli a casa loro!”. L’ Italia non ha mai versato interamente il contributo dello 0,7% del Pil che costituisce l'impegno assunto dai paesi occidentali verso i paesi poveri.  Siamo precipitati al 0,11% il minimo storico per l'Italia. (vedi allegato)

 

 

Allegato:
dopo_ventanni_firmata_la_pace_tra_etiopia_e_eritrea_lambruschi_av.doc
etiopia_e_eritrea_una_pace_che_puo_cambiare_lafrica_albanese_av.doc
cerco_intesa_con_orban_intervista_salvini_24-8-18.pdf
eritrei_in_fuga_dalla_tortura_corriere_24-8-18.pdf
aiutiamoli_a_casa_loro_italia_inadempiente_stella.pdf

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