Quella carta e quella bandiera!

Con l’avvio del Board of peace creato da Trump – un comitato privato su inviti a pagamento, con un unico decisore –  la Carta dei diritti universali (1945) e l’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu) riprendono l’originale valore per ricostruire un nuovo multilateralismo. Gli Stati Uniti da trent’anni sono tra i principali picconatori del funzionamento dell’Onu, sia abusando del diritto di veto (esercitabile dalle potenze vincitrici della seconda guerra mondiale) sia tagliando i fondi e quant’altro. I ripetuti interventi disfattisti di Trump sull’Onu, in particolare quello svolto all’Assemblea generale, sono suonati come un “de profundis” per l’organizzazione politica creata ottantanni fa per l’impulso degli Stati Uniti. In allegato alcuni commenti sul Board of peace, tra questi anche Savino Pezzotta.

Trump va contro la storia del suo paese e lo si può fermare. Un’analisi sul possibile collasso dell’Onu è contenuta nell’intervista di Antonio Guterres, segretario generela dell’Onu, rilasciata in occasione dell’apertura delle Olimpiadi. Un’indicazione strategica, di grande coraggio, per contrastare il trumpismo è stata indicata, a Davos 2026, dal premier canadese Mark Carney.

Guterres:“Onu, rischio collasso la legge del potere destabilizza il mondo”

Paolo Mastrolilli, su  La Repubblica 5-2-29, così inizia la sua intervista << Va al cuore della minaccia che scuote il mondo, il monito che il segretario generale dell’Onu António Guterres lancia in questa intervista esclusiva a Repubblica, «Quando la legge del potere sostituisce il potere della legge, le conseguenze sono profondamente destabilizzanti». Segue la prima delle sei domande.

Antonio Guterres – Segretario generale Onu

I Giochi sono un’opportunità di pace, ma nel suo discorso all’Assemblea generale sulle priorità del 2026 lei ha detto: “Viviamo in un mondo pieno di conflitti, impunità, disuguaglianze e imprevedibilità”. Quali sono le cause e le soluzioni?

«Le Olimpiadi sono un momento eccellente per simboleggiare pace e rispetto del diritto e della cooperazione internazionale. Voglio esprimere la mia profonda gratitudine all’Italia per la sua leadership nel rivitalizzare l’antica tregua olimpica. Un promemoria che, anche in tempi di divisione, l’umanità può unirsi attorno a valori condivisi. Le sfide che ho evidenziato sono profondamente radicate in molteplici fattori interconnessi. Nella geopolitica odierna azioni sconsiderate provocano reazioni pericolose. L’impunità alimenta l’escalation, le disuguaglianze scuotono le società e il cambiamento climatico scatena tempeste, incendi, livelli crescenti dei mari. La tecnologia senza guardrail moltiplica l’instabilità.

Violazioni sfacciate del diritto e delle norme internazionali indeboliscono la credibilità delle istituzioni globali, inviando un segnale pericoloso che attori potenti possono agire senza conseguenze. La riduzione degli investimenti in sviluppo e aiuti umanitari aggrava queste crisi, lasciando le popolazioni esposte a fame, sfollamento e conflitti. L’effetto cumulativo è un indebolimento del multilateralismo proprio nel momento in cui la cooperazione globale è più necessaria.

Le Olimpiadi offrono una piattaforma unica anche per sensibilizzare sulla crisi climatica. Il cambiamento del clima minaccia il futuro degli sport invernali: senza un’azione urgente, le località in grado di ospitarli potrebbero scendere da oltre 90 oggi ad appena 30 negli anni ‘80. Salvaguardare il futuro dello sport – e del nostro pianeta – richiede un’azione decisa e collettiva da parte di tutti i governi per limitare il riscaldamento, in linea con l’Accordo di Parigi, l’Agenda 2030 e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile». (per proseguire aprire l’allegato)

Al World Economic Forum, il 20 gennaio, a Davos, il premier canadese Mark Carney, ex governatore della Banca centrale inglese, ha pronunciato un coraggioso intervento in alternativa al trumpismo. Il testo integrale è stato pubblicato su Il Fatto Quotidiano, il 22 gennaio, con questo titolo “Reagire al trumpismo di può”. 

Così inizia << Sembra che ogni giorno ci venga ricordato che viviamo in un’epoca di rivalità tra grandi potenze, che l’ordine internazionale basato sulle regole sta svanendo, che i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono. E questo aforisma di Tucidide viene presentato come inevitabile, come la logica naturale delle relazioni internazionali che torna ad affermarsi. E di fronte a questa logica c’è una forte tendenza, da parte dei paesi, ad adeguarsi, ad adattarsi, ad accomodarsi, a evitare i problemi, a sperare che la conformità garantisca sicurezza. Ebbene, non sarà così.

TOPSHOT – Mark Carney – Davos 2026

Quali sono dunque le nostre opzioni? Nel 1978 il dissidente ceco Václav Havel, poi divenuto presidente, scrisse un saggio intitolato “Il potere dei senza potere”, nel quale poneva una domanda semplice: come faceva il sistema comunista a reggersi? E la sua risposta iniziava con un droghiere. Ogni mattina il negoziante appende nella vetrina un cartello: “Proletari di tutto il mondo, unitevi”. Non ci crede. Nessuno ci crede. Ma lo espone comunque per evitare problemi, per segnalare obbedienza, per andare avanti senza guai. E poiché ogni negoziante in ogni strada fa lo stesso, il sistema persiste – non solo attraverso la violenza, ma grazie alla partecipazione delle persone comuni a rituali che sanno privatamente essere falsi. Havel definì tutto questo “vivere nella menzogna”. Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dalla disponibilità di tutti a comportarsi come se fosse vero. E la sua fragilità nasce dalla stessa fonte. Quando anche una sola persona smette di recitare, quando il droghiere toglie il cartello, l’illusione comincia a incrinarsi.

Amici, è tempo che aziende e paesi tolgano i loro cartelli. Per decenni, paesi come il Canada hanno prosperato all’interno di quello che abbiamo chiamato ordine internazionale basato sulle regole. Abbiamo aderito alle sue istituzioni, ne abbiamo celebrato i principi, beneficiato della sua prevedibilità. E grazie a questo abbiamo potuto perseguire politiche estere fondate sui valori, sotto la sua protezione.

Sapevamo che il racconto dell’ordine internazionale basato sulle regole era in parte falso: che i più forti si sarebbero autoesonerati quando conveniente, che le regole commerciali venivano applicate in modo asimmetrico, e che il diritto internazionale era applicato con rigore variabile a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima. Questa finzione era utile, e in particolare l’egemonia americana ha contribuito a fornire beni pubblici, rotte marittime aperte, un sistema finanziario stabile, sicurezza collettiva e supporto a quadri per la risoluzione delle controversie. Così abbiamo messo il cartello in vetrina. Abbiamo partecipato ai rituali e, in larga parte, evitato di denunciare il divario tra retorica e realtà. Questo patto non funziona più. Permettetemi di essere diretto. Siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione.

Negli ultimi due decenni, una serie di crisi – finanziarie, sanitarie, energetiche e geopolitiche – ha messo a nudo i rischi di un’integrazione globale estrema. Ma più recentemente le grandi potenze hanno iniziato a usare l’integrazione economica come arma, i dazi come leva, le infrastrutture finanziarie come strumento di coercizione, le catene di approvvigionamento come vulnerabilità da sfruttare. Non si può vivere nella menzogna del beneficio reciproco dell’integrazione quando l’integrazione diventa la fonte della propria subordinazione. (per proseguire aprire l’allegato)

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