La sconfitta del vero dissenso
Guerriglia, la sconfitta del vero dissenso Alberto Riccadonna Il tempo e la voce 8 febbraio 2026 Torino è offesa dai furiosi scontri di sabato 31 gennaio attorno ad Askatasuna, due ore di guerriglia scatenata da centinaia di black bloc giunti da tutt’Italia e dall’estero con le bombe carta. Come ha rivendicato l’Arcivescovo Repole la città non è violenta, ha grandi tradizioni di carità, di solidarietà sociale e «non accetterà di essere sfigurata in questa sua identità, di essere così manipolata dai cultori della violenza».
Cento feriti fra le forze dell’ordine, gente comune finita in ospedale, mezza città paralizzata e devastazione nelle strade, nei negozi, nelle auto distrutte (164 mila euro il primo conto dei danni che il Comune ha calcolato solo per le casse municipali) sono un bollettino di guerra che i criminali devono essere costretti a pagare e scontare nei tribunali. I servizi di sicurezza prevedevano ampiamente quello che è accaduto e avevano fatto arrivare a Torino mille agenti di polizia, anche se poi non hanno fatto rimuovere le auto dalle strade nella zona di Askatasuna, come se un po’ di devastazione fosse da mettere in conto e andasse bene così.
L’unico risultato in questo disastro è stato incassato dal Governo, non perché sia riuscito a mantenere la sicurezza, ma perché ha trovato conferma nel vecchio programma di inasprire gli strumenti di repressione. Tutti gli altri in questa storia, ad eccezione dei criminali e di chi li copre, sono vittime: dagli agenti feriti, che hanno ricevuto solidarietà da tutte le istituzioni, alla popolazione che rispetta le regole e non ha nessun bisogno dei giri di vite, ma finirà per accettarli sperando in maggiore sicurezza.
Purtroppo fra le vittime c’è il dissenso democratico, quello vero, che proprio in questo tempo di libertà pericolanti nelle democrazie, di guerre e di terribili ingiustizie in tante parti del mondo, avrebbe tutto il diritto e l’urgenza di esprimersi nelle piazze senza essere confuso con il terrorismo. La manifestazione guidata dai centri sociali sabato scorso, al di là del giudizio che si ritiene di dare sui temi della protesta (sono tanti, non c’era solo la questione di Askatasuna), era autorizzata e si è svolta senza incidenti per decine di migliaia di persone. Nei giorni precedenti avevamo avuto l’occasione di colloquiare con attivisti molto seri, ma sono stati sconfitti dai picchiatori che hanno l’unico obiettivo di distruggere e menare le mani: si sta parlando solo più di questo, non delle democrazie fragili, delle tragedie del mondo, del governo, di Gaza, di Trump, della Tav, dei Cpr o delle ingiustizie che la massa sfilata nelle strade voleva denunciare.
La violenza ha oscurato i contenuti. Gli episodi violenti durante le manifestazioni originate nei centri sociali sono ormai quasi automatici, con il consueto corollario di lacrimogeni della polizia ad altezza d’uomo, idranti e manganellate che colpiscono nel mucchio senza tanti complimenti. La Procura della Repubblica parla di un piano eversivo strutturato dietro a soggetti che operano nell’ombra: un effetto molto grave e perverso sarebbe quello di cominciare a pensare che le manifestazioni non siano possibili perché sono ostaggio dei violenti di professione, con i quali – oggettivamente – non c’è spazio di dialogo.
Il punto è che non esistono solo i violenti, è vero il contrario. Verissimo che in alcuni siti web legati al mondo antagonista sta girando un documento di appoggio ai disordini criminali, ma le grandi masse scese nelle strade, gente comune, tanti giovani e anche famiglie con i bambini, non sono assimilabili e devono poter esistere e parlare, senza essere considerati ingenui o conniventi.
Devono però dissociarsi: perché nei cortei non ascoltiamo mai slogan di condanna delle frange violente? Un amico che stimiamo ci ha contestato che a furia di evidenziare gli eccessi di pochi violenti noi mettiamo in ombra il messaggio politico della maggioranza. Ci abbiamo riflettuto e non siamo d’accordo: è ovvio distinguere, ma questo non porta a nulla se non ci si dissocia. Sabato scorso il problema non erano poche teste calde, ma interi reparti di picchiatori organizzati come militari con passa montagna, razzi e bombe carta; diventa inutile discutere sui manganelli e gli idranti della polizia.
A proposito di polizia, tutti hanno sempre saputo che lo sgombero di Askatasuna prima di Natale avrebbe alzato molto il livello della tensione e avrebbe moltiplicato i disordini con il rischio di guerriglia. Il Governo ha ordinato lo sgombero mettendo in conto questa degenerazione ed è chiaro che ritiene preferibile gli scontri nelle strade piuttosto che gli esperimenti di mediazione del Comune di Torino nel centro sociale: li considera velleitari e in ultima istanza nocivi, perché hanno dato corda ai facinorosi.
Noi non crediamo che fossero velleitari: dopo trent’anni di occupazione abusiva nella palazzina di corso Regina Margherita, una situazione che era sempre stata ignorata da tutti i governi e tutti i poteri locali, l’idea di gestire l’edificio come «bene comune» ha rappresentato il tentativo di accompagnare Askatasuna su binari di legalità sollecitando comportamenti responsabili anziché reprimere.
Sarebbero però serviti controlli molto rigorosi e sarebbero state necessarie sanzioni, su cui i garanti incaricati dalla Città non hanno vigilato, con il risultato di lasciare andare alla deriva un percorso chiaramente difficile e rischioso. Ha infine vinto l’idea che sia un percorso impossibile.
Ad Askatasuna si svolgevano anche iniziative di valore, di animazione sociale e culturale, ma si sono affermati soggetti intenzionati a non collaborare e personaggi violenti nelle manifestazioni di piazza (Ogr, Tav, La Stampa): sapevano perfetta mente che presto o tardi avrebbero ottenuto la chiusura del centro sociale. Anche queste persone hanno considerato preferibile la guerriglia; e alcune forze politiche della sinistra estrema le hanno assecondate.
Ora gli opposti si sono saldati. L’esito della vicenda ha messo nell’angolo la città e chi cerca di compiere il gesto più faticoso, di esercitare il senso critico senza trattare il prossimo come un nemico: questa fatica, in definitiva, è sempre quella che disturba di più perché non ha colore politico. Se accetteranno questa fatica, senza la quale c’è solo lo scontro, i poteri dello Stato e i movimenti di piazza potranno tornare a riconoscersi e dialogare.
Intanto potrebbero fare tesoro dell’accaduto e imparare che i criminali vanno sempre fermati subito e individualmente, per non inquinare gli spazi collettivi del dissenso. Viviamo un tempo difficile e abbiamo grande bisogno di parole alternative, di fantasia e scelte contro corrente, ma non arriveranno se ci rassegniamo al sistema binario delle contrapposizioni che vedono davanti a sé solo nemici. Dev’essere chiaro che la polizia, usata quando davvero occorre, ci difende ma non ha il compito di gestire il futuro. Dev’essere chiarissimo a chi chiede un mondo migliore che questo mondo non arriverà mai con la violenza, la quale distrugge e non ha mai costruito nulla.

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