Don Antonio Buffa ci ha lasciati. Mario Dellacqua ricorda l’intransigenza e il dialogo di don Antonio, che  a quasi 91 anni ha concluso la sua vita e l’ intensissima esperienza religiosa e umana nella parrocchia di Villar Pellice. Fu delegato Fim-Cisl alla Fiat di Rivalta e membro del Direttivo provinciale Flm per gran parte degli anni settanta. Andavo ogni tanto – troppo poco – a trovarlo nella sua parrocchia e mi accoglieva con entusiasmo caloroso.

Don Antonio Buffa, parroco e prete operaio

Ricordava volentieri la sua militanza di prete operaio e rievocava divertito le goffe repressioni aziendali di cui fu vittima.

La direzione di Rivalta si mostrò indispettita quando accertò la sconcertante convivenza fra la sua scelta sindacale e il suo ministero religioso. Ma lui viveva l’abbinamento come un tutt’uno, come due forme dello stesso impegno.

E lo faceva con una naturalezza che gli valse la stima, il rispetto e l’affetto di molti operai che prima ridevano, ma poi pensavano. Ben presto trovarono in lui una delle voci più autorevoli del movimento sindacale a Rivalta, era tra i delegati più decisi e più ascoltati, e particolarmente nel settore Lastroferratura dove le condizioni di lavoro era pesanti.

Per evitare il contagio, la gerarchia aziendale lo allontanò dalle linee di montaggio e lo destinò a tagliare con il cannello montagne di lamiere rottamate all’aperto, dove arrivava ad inizio turno su un furgone esclusivamente dedicato al suo trasferimento. Quel lavoro pressochè inutile voleva essere umiliante e si illudeva di preparare un ritorno meno appariscente in reparto, dopo la pedagogia della clausura. Ma la clausura irrobustisce e non deprime lo spirito dei riformatori sociali.

Una sera, prima delle festività natalizie, il caporeparto cedette a un impeto di vergogna per l’isolamento che aveva inflitto a don Antonio e mandò il furgone a prelevare quello strano operaio. L’autista aveva l’ordine di prelevare il prete per portarlo a scambiarsi gli auguri e a mangiare una fetta di panettone insieme al resto della squadra. Il furgone tornò vuoto e l’autista riferì al caporeparto questo messaggio: “Non voglio essere trattato come uguale agli altri una volta all’anno. Voglio essere uguale agli altri tutto l’anno o niente”.  Non so se quel caporeparto abbia ricevuto altre lezioni paragonabili per umiltà e intransigenza.

Queste cose le so non perché me le abbia raccontate don Buffa, ma perché me le hanno raccontate i due operai che lavoravano con lui il quel reparto confino. I casi della vita mi portarono, qualche anno dopo, a subire il medesimo isolamento con le medesime finalità. Quando arrivai in quel reparto, mi chiesero se ero anche io un prete operaio. Dissi di no. “Allora, se non sei un prete operaio – fu la replica – devi essere di Potere operaio”.

Una volta conclusa la sua esperienza operaia, don Buffa tornò nelle parrocchie del pinerolese, si dedicò alla Pastorale del lavoro e a Villar Pellice animò il dialogo con il mondo valdese. Ma non abbandonò mai il suo legame con il movimento operaio. L’ultima volta mi raccontò di aver litigato con un suo parrocchiano operaio che durante i 35 giorni del 1980 – Buffa li chiamava i giorni del patatrac – aveva partecipato alla marcia dei cosiddetti 40mila. Erano a cena insieme, litigarono a muso duro e fecero insieme la fatica di riappacificarsi. Don Antonio sapeva essere intransigente, ma sapeva tenere sempre aperta la via della comprensione reciproca. Questo, di don Antonio, è il messaggio magistrale che non dobbiamo lasciar cadere. E’ caro il suo ricordo. Mario Dellacqua

Articolo correlato

1 commento
  1. antonio ferigo
    antonio ferigo dice:

    Mi unisco a Mario nel ricordo di don. Buffa. Lo ho incontrato quando era delegato a Rivalta, e io operatore FIM nella lega. Anche a me tocca il dispiacere di non averlo incontrato di più. A quel tempo. i preti operai non erano pochi ma Buffa lo sentivo in modo particolare, un uomo ricco di esperienze, di umiltà evangelica e di buon umore. Un cristiano ricco non di credenze ma di Fede. Ed era un bravo delegato, con la fierezza di allora di essere operaio e di essere prete. Mario lo descrive bene e non aggiungo altro.Lo fa con la tristezza ,inevitabile, del commiato e con….amore.

    Grazie Mario.

    Rispondi

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *