Il problema dei decisori politici e le competenze

Dopo la polemica sui meriti del successo in Veneto contro il virus, il professore Andrea Crisanti  spiega perché sarebbe meglio permettere spostamenti soltanto tra i territori, come tra Regione e Regione, che hanno dati di contagio più bassi e spiega ciò che molti, anche politici, non hanno ben compreso sul coefficiente RO.

«Devo dire che quando spiego ai miei studenti il concetto di R0 pochi lo capiscono la prima volta», riconosce sornione Andrea Crisanti, direttore del laboratorio di microbiologia e virologia dell’Università-azienda ospedaliera di Padova. Ma non riesce a trattenere la risata. «Per capirlo ci vuole un certo livello di astrazione». Il riferimento alla gaffe, gravissima a due mesi dalla crisi da Covid, dell’assessore regionale alla sanità della Lombardia Giulio Gallera è solo uno dei punti toccati in conferenza stampa. Così inizia Dario Ronzoni su Linkiesta.

Il prof Andrea Crisanti

(…) Quello di R0 uguale a 0,5 è un discorso di possibilità. Non vuol dire che per contagiare una persona ci vogliono due infetti, nella stessa stanza e nello stesso momento, bensì che di due infetti, solo uno contagerà un’altra persona». Tutta un’altra cosa. Per il resto, il ricercatore è in Veneto e si confronta con un’altra giunta. Anche questa negli ultimi tempi gli ha procurato qualche grattacapo, nonostante il successo nel contenimento del virus. Anzi, il problema nasce proprio da lì: a chi tocca prendersi il merito dei risultati del “modello Veneto”? C’è di mezzo una questione di immagine e, per usare un’espressione dello stesso Crisanti, «un dividendo politico da incassare». Al governatore Luca Zaia piace poco la preminenza anche mediatica del virologo e in una intervista radiofonica del 22 maggio, per esaltare i meriti di tutta la squadra, ricorda che anche prima che arrivasse Crisanti ci fosse un «piano tamponi». (…)

È un discorso che vale anche con le frontiere con gli altri Paesi, «dal momento che l’epidemia non è in sincrono in tutto il mondo, e ci sono posti dove solo ora si sta aggravando, per cui bisogna mantenere alti i controlli». È invece più fiducioso per le scuole, sulle quali a suo avviso la questione è mal posta. Non ci si deve chiedere se è sicuro o meno riaprirle, ribadisce, «anche se si tratta di un problema che non riguarda i bambini, che hanno dimostrato di infettarsi poco, bensì gli adulti, che ci lavorano o che portano e vanno a prendere i bambini».

La domanda giusta, semmai, è di probabilità: «Possiamo sviluppare modelli che descrivano il rischio», puntando a minimizzarlo? Se non si lavora in questa direzione, si rischierà di mantenere bloccato il settore. Resta l’obbligo di stare in guardia, monitorare la situazione e, magari fare un utilizzo migliore dei tamponi. In attesa del vaccino. Quale è stata la chiave della strategia veneta? «Il fatto che i tamponi non venissero impiegati solo come strumento diagnostico dei sintomatici, ma anche come arma di sorveglianza attiva», cioè come sistema per trovare gli asintomatici e bloccare il contagio. «Lo hanno fatto anche a Taiwan, in Germania, in Corea». Questo ha ridotto la propagazione del virus. Alla Regione Lombardia non lo avevano capito. E viste le definizioni improbabile di R0, non è chiaro neanche adesso. Per il testo completo aprire l’allegato.

Manifesta un moderato ottimismo invece Arnaldo Caruso, presidente della Società italiana di virologia e professore ordinario a Brescia. All’inizio di Marzo ammoniva con queste parole: “C’è da avere un giusto timore, che dovrebbe rendere tutti noi partecipi di una condotta virtuosa. Proteggendoci possiamo proteggere anche gli altri”. Ora manifesta un certo ottimismo, dichiarando che “..il virus si è indebolito…è potrebbe anche non esserci la seconda ondata..”. In allegato due sue interviste: del 25 maggio e del 9 marzo 2020.

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