Europa:sempre più armi!

Gianni Alioti in “Europa sempre più militarizzata, in ordine sparso” descrive, su Sbilanciamoci, quanto di preoccupante sta avvenendo. Riproduciamo questo testo e il link di altri suoi articoli correlati. Alioti ora è in pensione ma continua a scrivere, tra i suoi incarichi sindacali anche quello di responsabile internazionale della Fim-Cisl, è tra i pochi sindacalisti che -seguendo le tracce di Alberto Tridente – analizza quanto avviene sul riarmo per segnalarne la grande pericolosità per l’umanità intera..

<< L’Europa ha già aumentato del 50% la sua capacità produttiva militare e si appresta a grandiosi piani di investimento sia comunitari sia dei singoli Stati. Anche se il settore realizza appena lo 0,7 del Pil e limitati effetti sull’occupazione. Il tutto dominato dalla finanza e dall’industria a stelle e strisce.

Il contesto di militarizzazione della UE

Analizzare oggi l’industria militare europea, anche al fine di coglierne le tendenze e le prospettive, non può prescindere dai “venti di guerra” che soffiano forti dal Dnepr al mare del Nord e dall’Atlantico agli Urali. I vertici europei divisi su tutto, tranne che sulla retorica bellicista, hanno velocemente sepolto il sogno di pace dei padri fondatori di una Europa unita, facendo propria la locuzione latina “Si vis pacem, para bellum”… “Se vuoi la pace, prepara la guerra”

F 35

Una prospettiva di nuovi e più devastanti conflitti armati, con una corsa costante al riarmo, dove tutti si preparano simbolicamente e materialmente alla guerra. Uno “scenario estremamente vantaggioso” per l’industria militare europea, quello che le porta più ordinativi, più profitti… e la fa volare in borsa. Una “congiunzione astrale” tra crescita costante della spesa militare dei singoli Stati, militarizzazione finanziata dal bilancio comunitario della UE e investimenti privati dei mercati finanziari, che scommettono quasi mille miliardi di euro nel riarmo e nelle guerre.

In questo contesto la UE si sta trasformando in una vacca da mungere per l’industria militare, senza alcun dibattito pubblico, senza un adeguato controllo democratico e con la complicità nel processo decisionale della lobby dei fabbricanti di armi. Nonostante l’industria militare europea, come ci ricorda Josep Borrell, abbia aumentato la sua capacità produttiva del 50 per cento, si sostiene che non sia stata in grado di rispondere alla domanda in rapido aumento. Per queste ragioni i vertici delle istituzioni europee hanno deciso sia un maggiore coordinamento con l’ipotesi di un commissario a Bruxelles all’Industria della difesa; sia incentivi alla cooperazione sul fronte degli appalti con un nuovo fondo europeo di 1,5 miliardi di euro. 

Gli obiettivi economici da raggiungere entro il 2030 sono i seguenti: 

  • appalti congiunti per almeno il 40% degli armamenti (ora siamo al 18%); 
  • valore del commercio della difesa dentro l’UE di almeno il 35% del valore complessivo del mercato; 
  • 50% degli acquisti in campo militare made in UE;
  • raddoppio della capacità produttiva aggregata dell’’industria militare europea, con il sostegno finanziario della Banca Europea degli Investimenti.  (…)

Alioti prosegue la sua analisi con questi tre capitoli, con numeri e grafici. Il testo completo con questo link https://sbilanciamoci.info/europa-sempre-piu-militarizzata-in-ordine-sparso/

  • Il sistema industriale militare europeo 
  • La dinamica dell’occupazione
  • Le grandi imprese militari europee

Concludendo con questi quattro punti e una considerazione finale

Nel complesso, da quest’analisi dell’industria militare in Europa emergono quattro fenomeni principali, tutti problematici. 

1 – L’industria militare in Europa si sta espandendo sull’onda del forte aumento della spesa militare che nei paesi europei della Nato è passata da €145 miliardi nel 2014 a 215 miliardi nel 2023 (dati a prezzi costanti del 2015), con un aumento del 48% in termini reali, mentre l’insieme dell’economia registrava stagnazione o lenta crescita. Tale aumento è concentrato nell’acquisto di armamenti, che si traduce in commesse per le industrie militari.

2 – Le imprese europee, nella maggior parte dei casi con alcune significative eccezioni 14, hanno mantenuto una posizione subordinata all’industria militare degli Stati Uniti. Una parte importante della spesa per armamenti si traduce in importazioni dagli Stati Uniti sia dei principali sistemi d’arma, che di componenti. La superiorità tecnologica e produttiva degli USA in questo campo si è rafforzata, integrando molte imprese europee in progetti controllati dalle grandi imprese americane. Le imprese europee hanno mantenuto una forte frammentazione tra paesi e tra comparti diversi, con dimensioni limitate e l’assenza di processi di riorganizzazione del settore a scala europea. Le prospettive di integrazione europea, che erano state sostenute da diversi programmi di co-produzioni di armamenti, sono state indebolite dal ritorno a strategie nazionali differenziate. In questo quadro la Germania registra una forte crescita delle produzioni militari, mantiene la subordinazione rispetto agli USA negli armamenti più avanzati e sta emergendo come il centro di un sistema che estende le produzioni a tecnologie intermedie – specie per le armi terrestri – nei paesi dell’Europa centro-orientale, fino all’Ucraina. L’Italia conferma il suo ruolo di sub-fornitore degli Stati Uniti e si è allontanata ulteriormente dalle strategie di integrazione europea nel settore.

3 – Nel complesso l’industria militare resta un “cattivo affare” per le economie europee. Di fronte al forte aumento della spesa militare non ci sono stati effetti espansivi rilevanti sull’economia. Data la forte intensità di capitale e di tecnologia del settore, l’occupazione nell’industria militare è cresciuta in modo limitato. Una dinamica molto positiva si è registrata invece nel settore dell’aeronautica civile, a partire dall’esperienza di Airbus – a cui l’Italia ha scelto di non partecipare. Nel settore aeronautico europeo, tra il 1980 e oggi la quota del militare è passata da quasi il 70% a circa il 30%. Concentrarsi sulle produzioni militari, come ha fatto l’italiana Leonardo, è un grave errore sul piano delle prospettive di sviluppo tecnologico, produttivo e occupazionale. 

4 – L’espansione dell’industria militare porta con sé molteplici rischi. La produzione di armamenti rimane un’attività garantita dalle commesse pubbliche, a scarsa efficienza ma con alti profitti, e con un ruolo crescente della finanza, che alimenta la crescita dei valori di Borsa delle imprese militari. L’intreccio tra protezione nazionale, posizioni di rendita e speculazione finanziaria rischia di pesare sempre più negli assetti economici e politici dei paesi europei, rallentando le prestazioni economiche e riducendo l’efficienza del sistema. L’emergere di un “complesso militare-industriale – anche se ancora eterogeneo e frammentato a scala europea – rischia di portare l’UE sulla strada degli USA, con una concentrazione in tecnologie e produzioni militari, indebolendo il resto dell’economia. Sul piano internazionale si produce una spinta al riarmo e all’esportazione di armamenti, alimentando tensioni e conflitti in altri paesi. Sul piano politico, il sistema militare acquista maggior potere nelle scelte dei singoli governi e nei processi decisionali europei, limitando gli spazi di democrazia e trascinandoci verso la guerra.

L’Europa dovrebbe, invece, affrontare le sfide della transizione ecologica e del cambiamento climatico, delle tecnologie digitali e dell’Intelligenza Artificiale, della riduzione delle disuguaglianze economiche e sociali, della ricostruzione di un ordine internazionale fondato sulla cooperazione e la pace. In questo quadro, dare priorità alla costruzione di un’«Europa militare» appare come un grave errore politico, un “cattivo affare” economico, un rischio di conflitto mondiale. >>

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